L'irriducibile Ranfone, conte di Compsa
di Luigi Lariccia

Ranfone, gastaldo (conte) di Compsa, compì gesta tanto eroiche che furono celebrate nelle pagine del Chronicon Salernitano (39-40). L'anonimo manoscritto redatto sul finire del X secolo, tratta la dominazione longobarda nel Meridione, che ebbe il suo fulcro nel ducato di Benevento e nel principato di Salerno . L'episodio narrato è parte di un conflitto che oppose uno stato laico contro il potere temporale della Chiesa; a difesa degli interessi papali scese in campo Carlo Magno (incoronato nell'800 imperatore del Sacro Romano Impero). Dopo dieci anni lo stesso Carlo inviò un esercito sotto il comando del figlio Pipino, con il pretesto di punire la mancata osservanza dei patti concordati per il rilascio dell'ostaggio Grimoaldo III, figlio e successore del principe Arechi, in realtà per sottomettere l'ultimo dominio longobardo rimasto in Italia dopo la morte di re Desiderio e la fine del regno settentrionale. Fra le condizioni  imposte era previsto l'abbattimento delle mura di Salerno, Conza e di Acerenza. In questo contesto emerge la figura di Ranfone, il primo ed illustre fra i conti che detennero il gastaldato prima che subentrassero i Normanni di Roberto il Guiscardo (1076). L'invasione dei Franchi mise alle strette il nuovo duca Grimoaldo IV che tenne consiglio a Benevento dove convocò i suoi nobili per decidere sul da farsi; mentre uno di essi, Maione, esortò ad assoggettarsi, pagando un tributo in oro e argento, al contrario uno dei presenti, di nome Ranfone, che allora era capo dei Cumpsinis, gli rispose:”Una simile proposta, o mio signore, non va affatto messa in atto; è molto meglio morire combattendo piuttosto che vivere più infelici in questa terra. Non ti è forse chiaro, o mio principe, quanto è stato scritto sui nostri padri che abbandonarono  le loro case per non sottostare ai tributi imposti dai Vandali?”. Le sue parole sdegnate ed animose convinsero Grimoaldo a difendere con le armi il principato. A Compsa fu organizzata l'estrema resistenza e le sue mura furono cinte d'assedio dall'esercito di Pipino accampato nel fondovalle; secondo i modi dell'ordalia, un campione dei Franchi sfidò a duello Ranfone che accettò la sfida, uscendone vincitore. Ma un tale Sclabo proditoriamente uccise con un dardo il prode gastaldo, suscitando la violenta reazione degli assediati che sbaragliarono le schiere nemiche. L'accaduto ha lasciato traccia nel toponimo locale Piano della battaglia. L'uccisione di Ranfone, decisiva per la vittoria e la libertà, fu molto compianta: “Dopo che Grimoaldo venne a sapere della sua morte, lo pianse e provò a lungo grande mestizia, e chi prima era alquanto lieto, poi in verità versava lacrime a dirotto; fra gli alti lamenti di tutto l'esercito Grimoaldo profondamente turbato, sollevando il corpo di Ranfone lo accompagnò fino a Benevento dove lo fece tumulare digno in loco”. Il finale tragico conclude l'epica vicenda dell'eroe protagonista; il cronista, filolongobardo nei sentimenti e per origine, non nasconde la sua simpatia e con sapiente dosaggio di vero, di verosimile e di patetico, è riuscito a coinvolgere emotivamente i lettori, tanto da ispirare a distanza di secoli il dramma storico di V. Acocella Ranfone o la disfida di Conza. L'autore “ammiratore entusiasta di sì gloriosa gesta dei nostri antichi padri” nella prefazione all'opera sottolinea che “Mentre tanto fervore e fascino di patriottismo ha destato la disfida di Barletta (1503), è rimasta quasi nell'oblìo un'altra sfida, precedente, non meno famosa, da cui rifulge tutto il valore ed il coraggio invitto degli Italiani. Sette secoli prima che il Fieramosca, “con gli altri campioni, fiaccasse l'arrogante iattanza dei Francesi, un prode Italo-longobardo - Ranfone - sotto le vetuste mura di Conza, aveva umiliato, per virtù d'armi, l'orgoglio dell'esercito franco che, sfidandolo a singolar tenzone, alla presenza di Pipino, figlio di Carlo Magno, se ne riprometteva vittoria e fama (810)”. Tuttavia, senza negare l'attendibilità dei fatti narrati, affiora il sospetto che non tutti i particolari abbiano un oggettivo riscontro; che invece siano stati riprodotti dei luoghi comuni con delle tecniche narrative ricorrenti nella tradizione della letteratura classica, per dare maggiore risalto alla vittoria, temporanea, del piccolo ducato beneventano sulla potente alleanza franco-romana. Se così non fosse, grande onore al nobile Ranfone.