Un cronista del Seicento
di Alessia di Iorio

In età moderna le aree più interne del Regno di Napoli erano ancora in gran parte sconosciute: la vastità e la particolare conformazione del territorio, la scarsità di popolazione e la mancanza di centri culturali attivi impedivano una adeguata conoscenza di città, sedi vescovili e terre. Non è un caso, dunque, se le poche notizie sui centri minori del regno si ricavano esclusivamente da ‘platee’ e ‘apprezzi’ che vescovi e baroni fanno compilare in occasioni di liti o compravendite di feudi. In realtà, tra la fine del ‘500 e gli inizi del ‘600 in alcune descrizione del Regno di Napoli compaiono per la prima volta brevi informazioni su alcune città del meridione ed ampie descrizioni del territorio irpino. Fu, però, il grande successo seguito alla pubblicazione dell’Italia sacra dell’abate benedettino Ferdinando Ughelli ad incoraggiare la compilazione di opere di carattere storico-geografico che, fornendo notizie sul Regno, sulle sue province e città, contribuissero alla conoscenza dei luoghi più remoti del Mezzogiorno d’Italia.
Ai volumi di Ughelli attinse largamente l’abate Giovan Battista Pacichelli, impegnato nella stesura del Regno di Napoli in prospettiva. Dopo la fortuna delle sue Memorie de’ viaggi gli veniva affidata la compilazione di un’opera che raccogliesse informazioni sul Regno di Napoli, sulle sue province e sui principali centri abitati.
Ma chi era questo abate di cui si conserva un vago ricordo, nonostante la ricca produzione letteraria e le importanti funzioni ricoperte? In una lettera indirizzata all’agostiniano P.Angelico Aprosio, egli ricorda di essere nato nel 1641 da una famiglia di Pistoia di antica e nobile discendenza. Dopo la laurea in Sacra Teologia, fu chiamato alla corte papale da Clemente IX e nominato Uditore della Nunziatura di Colonia, in occasione del Congresso Generale tenutosi in città. Risultato di quella missione fu la stesura, a distanza di pochi anni, delle Memorie de’ viaggi per l’Europa cristiana, dedicata quasi interamente alla Germania e all’Inghilterra, delle quali tratta la storia politica e letteraria, oltre che gli usi e i costumi, e delle Memorie novelle de’ viaggi per l’Europa Cristiana, indirizzata al duca di Parma Odoardo Farnese. Dopo dieci anni di assenza, al suo ritorno in Italia, l’abate soggiornò prima a Roma, poi a Parma, e infine a Napoli, dove inizio le stesura di quell’opera che lo avrebbe consacrato al successo. Il Regno in prospettiva fu scritto negli anni ’90 del  XVII secolo, commissionato dagli editori Mutio e Parrino; l’accordo prevedeva che il Pacichelli dovesse fornire ampie descrizioni dei centri, gli editori provvedere alle incisioni e alle raffigurazioni delle diverse città. Nel volume, accanto alle grandi città e sedi vescovili, l’abate dedica eccezionalmente ampio spazio a numerose ‘terre’ e centri minori, fino ad allora sconosciuti, che l’illustre cronista aveva visitato nel corso dei suoi viaggi o la cui trattazione gli era stata imposta dalla committenza. È assai probabile, infatti, che molti nobili, non vedendo citati i loro feudi, avessero fatto pressione sull’autore per aggiungere nuove parti del testo destinato alla stampa. A tal riguardo si può avanzare l’ipotesi che il Pacichelli fosse stato sollecitato dal principe Mirelli affinché includesse nell’opera non solo una citazione scritta della città di Conza, ma anche le immagini dei due feudi minori di Calitri e Teora. In questo modo il vecchio Mirelli intendeva legittimare il potere della sua famiglia; per molti anni, infatti, i principi furono condizionati dal problema delle oscure origini del loro casato: in un manoscritto di fine Seicento, per esempio, si descrivevano i signori come discendenti da una famiglia di umili pescatori originari della costiera amalfitana e ci si divertita ad evocare l’immagine dei loro antenati con la cesta da pescivendoli sotto il braccio. Se nelle più antiche opere sulla sua nobiltà del Regno di Napoli non si fa alcun cenno alla famiglia, nel Regno in prospettiva i Mirelli sono nominati più volte e ascritti tra i membri del patriziato del Benevento. A ciascuno dei loro feudi il Pacichelli riserva brevi descrizioni: se nella prima parte dell’opera compare solo Calitri, in un’appendice dedicata alle “Città e Terre, che si sono tralasciate per inavvertenza nella Provincia di Principato Ultra” l’abate parla anche di Teora e Conza, fornendo notizie posteriori agli eventi tragici del 1694. Come da accordi presi, ogni decisione si accompagnava da raffigurazioni e incisioni: le tre immagini di Calitri, Teora e Conza possono essere attribuite alla mano dell’eccellente disegnatore Cassiano de Silva, che verosimilmente visitò tutti e tre i centri. Ma se Calitri e Teora sono ritratti poco prima del terremoto del 1694, con il palazzo baronale e la grande torre rotonda ancora in piedi, Conza è raffigurata in rovina. L’estrema gravità del sisma e la desolazione in cui il centro si ritrovò negli anni successivi non sfuggirono neppure alla penna del’abate che, sorpreso dal terremoto nella sua abitazione di Napoli, in visita alla piccola città irpina, così scriveva: << Presso il fiume Ofanto dimostra l’antichità delle sue rovinate grandezze, per cagione del tremuoto l’antica città, ed’ arcivescovale di Conza […] avendola in tremuoto passato del 1694 affatto miseramente distrutta; così cadono le città più cospicue, oltraggiate dal tempo e da tremuoti>>.
Tra la morte di Pacichelli, avvenuta verosimilmente nel 1695, e la pubblicazione del Regno (1703) intercorsero otto anni. Per questa ragione si è pensato che l’opera fosse rimasta incompiuta alla morte del cronista e successivamente completata nelle sue parti mancanti da altri autori che avrebbero in seguito provveduto anche alla raccolta delle immagini.