Una compagnia di ventura compsana
Di Luigi Lariccia

Alla collezione di armi antiche del Museo Poldi-Pezzoli di Milano appartiene un elmo di bronzo su cui, da oltre un secolo, si è concentrato l’interesse di non pochi studiosi. Il suo valore è soprattutto storico-documentario in quanto sull’orlo delle paragnatidi è incisa una iscrizione osca con caratteri greci disposti senza interruzioni
Il reperto, più volte sottoposto ad indagine, ha dato esito a diverse e discordanti interpretazioni per oggettive difficoltà di lettura, dovute all’ossidazione del metallo, all’abrasione di alcune lettere ed alla scriptio continua di un ductus diseguale che non ha reso agevole la ripartizione del testo. Dopo numerosi approcci, grazie anche ad un precedente restauro, la lezione migliore è stata proposta da A. la regina:
Vereias Kam[p]sanas Metapontinas
Sup medikiai. . .
Le due righe a partire dalla destra, presentano dei termini osci, tranne il secondo etnico, trasferiti nell’alfabeto di Metaponto. L’utilizzo del greco, consolidato da una lunga tradizione storica e letteraria, si giustifica da un punto di vista
Geografico, nonché per la mancanza di una lingua osca scritta, attestata da fonti epigrafiche e numismatiche successive, risalenti al III-II sec. a.C. La traslitterazione linguistica dall’osco al greco appare evidente dai termini vereias e medikiai tipicamente italici ed estranei all’ambiente italiota. La vereia in questione era un’associazione militare, una compagnia di ventura che, secondo il La Regina, “è stata adottata nella peculiare forma che prese il nome di vereia come struttura militare propria dell’aristocrazia italica di lingua osca. “Tuttavia il giudizio autorevole dello studioso, senza dubbio valido per l’epoca di riferimento, non esclude la possibilità che il termine vereia, riconducibile all’etimo *wer”legare”, sia connesso con il ver sacrum, antico rituale periodico dei Sanniti, documentato dalle fonti letterarie, che imponeva agli uomini ed agli animali la ricerca di nuove sedi nel ventesimo anno dalla sacratio, dedicata ad una divinità al momento della loro nascita; infatti il significato del ver sacrum comprende una serie di elementi in comune: il legame fra i sacrati destinati al trasferimento, il tempo della sua attuazione e, per il valore metaforico della primavera, l’età dei giovani obbligati a farlo.
Nell’analisi del testo, come si è detto, la scriptio continua, per latro lacunosa, ha fatto insorgere notevoli difficoltà, anche dopo il restauro, soprattutto nello spazio compreso fra l’ottavo e il tredicesimo segno, integrato e ripartito in kam asanas, sulla base di una congettura (Pisani, 1964) che individuava, nella prima parte, la coppia onomastica di un gentilizio con un’ abbreviazione (Vettenius cam.), seguita da asanas forma dorica del teonimo Athanas detta metapontinas; nella seconda parte il nome del magistrato. Una tale ipotesi interpretativa (Vettenius cam. - Athenae Metapontinae sub medicia Audii), “generalmente accettata da tutti gli studiosi che si sono interessati in seguito del testo”, metterebbe in relazione il personaggio dedicatore dell’oggetto con la divinità destinataria, qualificata dal luogo di culto, quando era in carica il meddiss Audio.
Sulla destinazione votiva dell’elmo non sembra che ci siano dubbi, anche perché l’elaborazione della scrittura, incisa lungo i margini delle paragnatidi, fa pensare ad un vezzo artistico in occasione di una dedica sacra piuttosto che ad un marchio di proprietà, di solito registrato secondo modalità più semplici e sbrigative. In ogni caso la finalità religiosa non ne preclude la dotazione alla vereia Campsana.
Le perplessità sorgono invece sulla lettura e sulla misura delle parole: la sequenza di un gentilizio riportato per intero al nominativo con l’abbreviazione solitaria del cognomen proprio nel punto in cui, dopo kam si presenta una lacuna di due lettere, di cui la prima irreversibile, che interrompe un ductus compatto; la indubbia desinenza dei genitivi anas metapontinas che sarebbero poco sostenibili sul piano sintattico, pur di fronte alla prassi epigrafica dell’ellissi del verbo o del sostantivo corrispondente. Per la prima riga più controversa, la proposta convincente e condivisa rimane quella citata di La Regina; la lezione Vereias Kam[p]sanas restituisce un testo fisiologicamente fondato sul rispetto della sintassi, della circostanza e della storia dei Sanniti: l’elmo infatti costituisce il soggetto sottinteso o la persona loquens della vereias, espressa nel genitivo di appartenenza con il quale concordato i due aggettivi Kampsanas, Metapontinas; nella seconda riga si ricorda il meddìs eponimo in carica, di cui non è leggibile il nome con chiarezza. Dalla esatta lettura del termine Vereias, parola chiave del testo, dipende la corretta ricostruzione del premio etnico indicante provenienza, da ritenere parola intera con chiara desinenza al genitivo concordante con il sostantivo iniziale, allo stesso modo del secondo, Metapontinas, collegato al motivo occasionale sul quale, da un punto di vista morfosintattico, non vi sono mai state esitazioni interpretative. Rimane quindi da stabilire dove possa essere ubicata la Kompsa a cui far risalire kampsana etnico di un analogo adattamento greco di un toponimo osco, a sua volta importarto. E. Campanile ritiene origine del suffisso -anos/-enos estraneo ala greco italiota e proprio dall’Asia Minore e dalla Tracia, e ne fornisce il primo importante indizio per l’identificazione.
Infatti nella narrazione di Livio sugli avvenimenti della Compsa in Hirpinis successivi alla battaglia di Canne (23.1-5), contrapposta a Statius Trebius, compare la factio Mopsiorum il cui gentilizio non appartiene alla tradizione italica, bensì è di provenienza anatolica, come ha dimostrato G.Pucia è più che altrove presente la semitica figura di Mopsos, che ha lasciato sue tracce anche in altre regioni anatoliche ed è direttamente o indirettamente legata con una serie di dati e di spunti che suggeriscono un’indagine approfondita circa le relazioni tra l’Asia Minore e l’Italia in età precoloniale” ; inoltre, con riferimento alle tradizioni culturali comuni alle coste dello Ionio ed ai centri della Daunia Garganica, sottolinea: “ Sono queste anche le zone da cui agevolmente si penetrava nell’interno della penisola e si perveniva al versante tirrenico, al golfo Laino, al Posidoniate e al Cumano: Lucheria, Maluentum sede di un culto di apollo Maloeis, Compsa  sede di una famiglia di Mopseani… , appaiono come stationes di antichissime vie interne dipartentisi dalla Daunia.” Il nome esercita una certa attenzione; pur di fronte al rischio di una paretimologia, si intuisce un qualche legame fra il semitico Mokso>Mopso e Kampsa probabilmente un sostantivo composto da un prefisso toponomastico Ka e dal gentilizio Mopsos con esito kamopso>kampsos per la sincope della vocale intermedia atona. La presenza dei Mopsi risale alla fase protostorica dei flussi migratori orientali che passavano dall’Adriatico al Tirreno lungo le vie istmiche delle valli fluviali dell’Ofanto e del Sele. Sorge inoltre il sospetto che Livio e/o le sue fonti abbiano deformato Kampsa in Compsa, anziché credere unicamente ad un fenomeno di apofonia, dal momento che il nome originario sopravvive nella documentazione greca epigrafica (l’elmo) e storica.
Ad accrescere le incertezze della tradizione manoscritta deve aver contribuito molto anche la confusione con il toponimo Cossa/cosa, che ha determinato erronee attribuzioni di eventi riferibili non alla Compsa in Hirpinis, bensì a Cosa su Tirreno in Etruria (Ansedonia) o a Cosa sullo Ionio (Cassano Ionio). Per quanto riguarda le fonti geografiche , in Tolomeo (3.1.70) si legge la variante Kompsa che tradisce l’influenza latina o liviana, evidente nell’adattamento della quantità della vocale lunga di Compsa; lo stesso Tolomeo (3.1.4) al pari di Strabone(5.222), utilizza Kossai/Kosai quando parla di Cosa sul Tirreno; né suscita meraviglia il fatto che egli ritenga Lucana la Compsa, che Livio (23.1) e Plinio (3.11.16) menzionato come Hirpinia o diversamente, il Liber Coloniarum (1.210.7) come Apula; piuttosto è una conferma che l’antica dimora dei Mopsii, localizzata in un’area di frontiera, a stretto contatto con le adiacenti Apulia e Lucania, non aveva confini rigidamente definiti.
L’originale lezione Kampsa ricompare in Agazia Scolastico (2.13) quando, nel contesto della guerra gotica, si racconta che circa settemila Goti, dopo la sconfitta subita alle falde del Vesuvio (533) da parte dell’esercito bizantino di Narsete, si ritirarono subito nella roccaforte di Campsa dove opposero resistenza fino al 555. La versione dello storico bizantino, contemporaneo gli avvenimenti narrati, non lascia dubbi sulla identificazione della fortezza, che non può essere affatto ubicata presso l’odierna Conca della Campania, in provincia di Caserta. Sul passo di Agazia, il presunto equivoco risale al fraintendimento dell’avverbio “probabilmente”, per altro motivato non da perplessità al momento del suo cauto impiego da parte del Muratori, che annotava (Annali d’Italia, ad an.555, p.208): “Probabilmente questa è Compsa, oggi Conza, luogo piccolo si, ma la cui chiesa gode l’onore di essere arcivescovado”. L’ipotesi di una delocalizzazione nel Casertano è stata da tempo dimostrata infondata dalla critica storica, dal momento che la rocca irpina era stata già occupata dai Goti nel 524; né poteva avere validità alcuna, se si guarda alla dinamica degli eventi di Compsa, in linea con la secolare importanza strategica dovuta alla sua particolare posizione e conformazione, tanto che, pochi anni dopo la fine della guerra, fu occupata dai Longobardi che ne fecero sede di un gastaldato e poi di contea; in seguito divenne komestabulia con i Normanni e di nuovo contea con gli Angioini.
L’esistenza di una vereia Compsana Hirpinorum, quale emerge verosimilmente dalla ricostruzione del toponimo di provenienza, trova ulteriori conferme in motivazioni di ordine etnografico e geografico. Sul primo punto, numerose ed acquisite sono le testimonianze archeologiche e letterarie relative alle qualità militari dei sanniti, gentes fortissimae Italiae. In tal senso, non c’è dubbio che l’immagine prevalente e quella che ritrae i Sanniti come genti rudi e bellicose, per le quali la guerra e le attività predatorie rappresentano la condizione normale dell’esistenza  e dei rapporti. La concordia delle fonti sull’abilità militare induce a ritenere che non si tratti di un luogo comune ideato per dare maggior risalto al valore dei Romani vincitori, piuttosto di aspetti peculiari sperimentati nel corso delle guerre sannitiche fino al bellum sociale. Documentata ma da approfondire, è l’attività di milizie mercenarie, soprattutto al servizio di una committenza italiota, che fecero di una sviluppata attitudine per le armi una fonte di guadagna e di potere. Numerose prestazioni furono effettuate in Sicilia, al saldo dei tiranni siracusani. Nel 289 a.C. i Mamertini, mercenari di origine campana, si impossessarono di Messana, occupata fino alla prima guerra punica. Nel 280 a.C. un’altra legio Campana, si impadronì di Reggio.
Il fatto che l’etnico di queste compagnie di ventura, nella duplice forma greca e latina, Kampanoi/Campani, stia ad indicare un’origine per lo più collegata ai sinonimi Capuanos/Campanus, se da un lato conferma che a Capua, sul modello della vicina Cuma, si era prevalentemente affermata la struttura della vereia che raggruppava gli equites dell’aristocrazia italica, dall’altro l’esattezza e la singolarità della lezione Kampanas, in base alle considerazioni precedentemente esposte, rimandano al territorio altirpino, dove in misura maggiore rispetto alla Campania Felix poteva essere avvertita l’esigenza della milizia come mestiere, dove pure non mancava una nobilitas locale di indubbia stirpe sannitica ( Compsanus erat Trebius nobilis inter suos; Livio 23.1), capace di organizzarsi in partito per opporsi alla factio filo romana dei Mopsii, di sollecitare ed ottenere l’alleanza di Annibale e quindi, anche in grado di esprimere militarmente una propria forza, sulla base di una lunga e consolidata tradizionale marziale.
A sostegno della tesi per così dire “irpina” non meno persuasive sono le motivazioni di ordine geografico, indiscutibili di fronte all’effettivo ruolo di collegamento fra le fasce costiere dell’Adriatico e del Tirreno, svolto dalle valli fluviali dell’Ofanto e del Sele, entrambe aperte verso lo Ionio attraverso le valli del Bradano, del Basento, del Tanagro, dell’Agri e del Sinni, antiche vie di comunicazioni e di contatti, senza le quali sarebbero poco comprensibili quegli influssi esercitati dalla civiltà egeo-anatolica e magno-greca nelle zone interne, documentati da toponimi, tradizioni cultuali, reperti e fonti letterarie. Nessuna stranezza, pertanto, se una vereia Compsana, nel IV secolo a.C. in piena autonomia operativa, abbia svolto la sua missione nel Metapontino, affidando all’elmo Poldi-Pezzoli una significativa testimonianza della sua presenza.