Una bolla pontifica per salvare Compsa
Di Luigi Lariccia

La bolla papale del 1120 è senza dubbio un documento di grande interesse per le circostanze che la generarono e per le sue implicazioni economiche e sociali. L’atto di Callisto II fu la soluzione escogitata per la richiesta di aiuto che la nipote Stimma di Balvano, comitissa di Compsa, insieme al suo arcivescovo Roberto, rivolse allo zio pontefice, al secolo Guido di Borgogna (erano imparentati per i legami della comune nobiltà normanna); il testo è riportato dall’abate Ferdinando Ughelli (Italia Sacra, Tomo XI, 810):
“(Noi) Callisto Vescovo servo dei servi di Dio a tutti i fedeli della Chiesa (rivolgiamo) il nostro saluto e l’Apostolica benedizione. Poiché abbiamo udito della desolazione della Chiesa Compsana che perdura (factam) da moltissimi anni (antiquo tempore) ed in parte (ne) siamo a conoscenza e poiché siamo stati pregati di consacrare la medesima dal nostro diletto figlio R(oberto) Venerabile Arcivescovo della medesima Chiesa, inoltre dalla nipote nostra Stimma di Balvano contessa, signora della medesima terra, poiché non abbiamo potuto essere presenti per impegni imminenti, pertanto per la dignità della medesima Chiesa, con l’autorità degli Apostoli Pietro e Paolo e nostra, sanciamo l’assoluzione di tutti i peccati per tutti i cristiani che, dopo essersi confessati, si faranno qui (Chiesa di Conza) seppellire. Laterano, tre giorni prima delle Kalende di aprile (30 marzo), nell’anno dell’incarnazione del Signore 1120”.
La bolla redatta secondo lo stile diplomatico ed il formulario dell’epoca, accenna ai motivi che indusser l’Arcivescovo e la Contessa a sollecitare la presenza del papa all’inaugurazione della cattedrale; le vere intenzioni dei due miravano ad ottenere un aiuto finanziario per risollevare le sorti di una comunità che a distanza di oltre un secolo, era ancora profondamente prostrata per effetto del terremoto che il 25 ottobre dell’899 colpì un’ampia zona dell’Irpinia e del Sannio. Le cronache posteriori (Leone Ostiense, Romualdo Salernitano) sono concordi sugli effetti disastrosi del sisma che distrusse circa la metà della civitatem compsanam, facendo perire il suo vescovo (Pietro) con molti abitanti; morirono inoltre quasi tutti i residenti di Ronsam, identificata con l’attuale collina di Ronza di fronte al parco archeologico.
Il resoconto di Scipione Ammirato chiarisce il retroscena dello scambio epistolare(Delle famiglie nobili napoletane, vol.2,9): “Quello, che infino a quest’hora da altri non è stato raccontato, certa cosa è che essendo d’intorno gli anni 1120 Contessa di Conza Itta, nipote di papa Callisto II, e di essa città Arcivescovo R(oberto) pregarono il Pontefice, che essendo la città distrutta, e la Chiesa quasi desolata, facesse loro alcuna grazia, perché quella chiesa venisse a frequentarsi. Per il che il Papa viene a prosciorre da tutti i peccati coloro, che in quella si seppellissero. Il che molto conferma quel che prima aveva scritto il vescovo ( Leone Ostiense), che intorno  gli anni 980(990)  Conza con quasi tutti i suoi abitatori perisse. Né in vero ai tempi presenti ella è più ripiena di di genti”.
L’aria malsana accrebbe lo stato di degrado e di crisi demografica irreversibili; ne fa fede anche a distanza di secoli (1680) la testimonianza del Castellano che nella sua Cronista Conzana (cap.2, discorso 2, foglio 12) riferisce che nel suo tempo sopravviveva soltanto 260 fuochi ( nuclei familiari) rispetto ai 1700 presenti nel 990, vale a dire con un calcolo approssimativo che una popolazione di circa ottomila unità si era ridotta a 1200; lo stesso vicario ci informa sulla grave situazione urbanistica e sanitaria: “Quei miseri Consani, di continuo si vedono male accetti di salute per non esservi indetta città altro che concavità di palazzi e di case distrutte, che riempendosi d’acqua d’inverno si assaggia nell’estate pessima esalazione, quale, unita con quella dell’ofanto, cagiona un misto d’aria pesante”.
A giudicare dal perdurare della desolazione, il singolare privilegio papale non sortì l’effetto desiderato né arrestò il declino e lo spopolamento del paese, che in qualche modo sopravvisse non lontano dai luoghi d’origine, trasferendosi in gran parte nel vicino casale di Sant’Andrea dove intorno alla chiesa dell’apostolo si aggregò una nuova comunità; in misura minore fu l’esodo a Petra Pagana, (Pescopagano) sede di un antico pagus irpino, oggi lucano. Nel merito della bolla, senza dubbio la soluzione adottata da Callisto II fu di per sé appropriata, visto che fu escogitata in un momento difficile (negotiis imminentibus) anche per il papato, allora in tensione diplomatica con il re Enrico V per la questione delle investiture, risolta solo dopo due anni (1122) con il trattato di Worms; per altro il provvedimento rivela una intelligenza operativa di chi è capace di conciliare in modo etico ed ortodosso le soluzioni pragmatiche con gli aspetti dottrinali, a differenza di altri successori sul soglio pontificio che praticarono senza scrupoli la vendite delle indulgenze, fino ad arrivare con Leone X (1517) a fissare un tariffario (taxa camarae) per i peccati e i crimini da assolvere.
Quanto all’autenticità del documento tramandato, un tempo custodito dal clero conzano e andato perduto in uno dei tanti disastri ricorrenti, ogni dubbio viene fugato dal dato oggettivo delle scoperte archeologiche. Infatti, dagli scavi effettuati nell’area sacra sono emersi i resti di tantissime deposizioni, disposte a strati su più livelli per sopperire alla mancanza di spazio ed al numero crescente delle richieste per assicurarsi la vita eterna. Con delle differenze: la condizione sociale degli estinti, se modesta, assegnava la sepoltura all’esterno, se invece elevata garantiva un posto nei sotterranei della cattedrale.