La Processione del Venerdì Santo a Conza della Campania

Fra le tradizioni religiose popolari più antiche di Conza, sicuramente una delle più suggestive, è da annoverare la Processione del Venerdì Santo.
Si caratterizza fra le altre manifestazioni che si sviluppano nell'intero arco della Settimana Santa ed ha rappresentato per il nostro paese l’espressione della cultura popolare, testimonianza spontanea di fede e devozione tramandata negli anni.
Principale caratteristica del rito è il fatto che si è svolta per anni dalle ore 3,00 del mattino fino alle prime luci dell’alba a differenza degli orari serali utilizzati negli altri paesi.
La Processione, dalle origini antichissime, veniva preannunciata di buonora non dal rintocco delle campane (mute o “legate” dal Giovedì sera fino al dì di Pasqua quando possono essere “sciolte” per suonare in “gloria”), ma dal suono cupo che si diffondeva nel silenzio dei vicoli dell’antico centro, procurato dalla percussione e sfregamento delle “ndrrecene” e delle “troccole” (strumenti primitivi in legno e ferro).
Il motivo di questo orario così inconsueto è dovuto probabilmente anche al fatto che in passato i contadini, non potendo permettersi di perdere una giornata di lavoro nei campi, preferivano anticipare la processione alle prime ore del mattino per poi recarsi in campagna.
In realtà c’è anche una significato più profondamente religioso che si nasconde dietro questa tradizione.
La processione inizia infatti al buio per giungere al Calvario quando il cielo è ormai completamente rischiarato e il passaggio dal buio alla luce simboleggia il passaggio dal dolore per la passione e la morte di Cristo alla gioia della resurrezione. Inoltre, il fatto di doversi alzare molto presto per “salire al Calvario”, era considerato anche come sacrificio o penitenza da compiere per Cristo morto sulla croce.
Nel costume e nella tradizione conservata negli anni, fino al 1980, la processione si snodava lungo le stradine di Conza con partenza dal “Purgatorio” o “Congrega dei Morti” (distrutta, con l’intero centro storico, nel sisma del 1980). E’ presumibile che un tempo fosse animata proprio dalla Confraternita dei Morti.
Dopo in 1980, alla complessa opera di ricostruzione materiale, si è affiancata una impegnativa attività sociale, culturale e religiosa nel tentativo di recuperare storia, tradizioni e valori che hanno caratterizzato negli anni, “tra fasti e tristezze”, Conza della Campania.
Il corteo, analogamente ad altre antiche processioni irpine, è guidato dai giudei e dai “fratelli” (confratelli o confrati) incappucciati, coperti con un saio bianco legato da un cordone con cui questi ultimi si cingevano la vite. Il cordone, realizzato con fune appositamente bagnata per renderla più dura, terminava con la corda annodata ("lu jaccule”), simbolo del peccato e del castigo. I “fratelli” dopo aver trascorso la notte in compagnia e dopo aver guadagnato le tuniche nelle primissime ore del mattino, si davano tutti appuntamento alla congrega per gli ultimi preparativi. Aprivano il corteo con il parroco alle ore 3,00 circa del mattino. Alcuni portano croci, altri ancora scale di legno, in passato costruite dai muratori per assicurarsi la protezione divina dalle cadute dall’alto, frequenti nel loro mestiere. Piccole croci sono portate dai bambini; alcuni di essi figuranti nella parte dei soldati, armati di lance e avvolti in mantelline in colore rosso, blu e grigio. I “fratelli” per tutta la durata della processione reggono a turno la statua del Cristo Morto, nel simulacro ligneo rappresentato disteso dopo la deposizione dalla croce.
E’ parte importante della tradizionale processione anche la presenza delle devote fanciulle che partecipano con il capo coperto da fazzoletto bianco con corona di “uva sprina” (uva ursina). La stessa corona, con il frutto ormai maturo, viene utilizzata dalle maggiaiole nella processione dell’ultimo sabato di maggio.
Segue nel corteo processionale la statua della Vergine Addolorata sorretta dalle “pie donne” con velo nero sul capo e di nero vestite. Alla Vergine fanno strada il popolo dei fedeli separatamente, come per altri avvenimenti, le donne e gli uomini in coda.
Per tutta la sua durata, la processione è accompagnata dai mesti canti della secolare tradizione cristiana della Metropolitana Chiesa conzana.
Il corteo dalla collina di Conza, dopo aver attraversato le strade del paese sostando alle stazioni della Via Crucis, giungeva in cima al Calvario nei pressi della chiesetta dell’Addolorata sul colle di Ronza dove i fedeli si raccoglievano intorno al Parroco per ascoltare il “sermone”. Il tradizionale discorso conclusivo come riflessione finale sul significato della passione e della morte di Cristo è stato tenuto quasi ininterrottamente fino al 1980 da Don Leone Iorio di Cairano.
Alcuni storici fanno risalire la Processione intorno all’anno mille, quando si riteneva prossima la fine del mondo. In molte realtà dalla forte tradizione cristiana predomina la denominazione di Processione degli Incappucciati per il fatto che vi partecipavano, con i volti coperti da cappucci. La Processione si realizzava con la partecipazione dei penitenti incappucciati che si fustigavano, come tuttora avviene in alcune città anche con aspetti cruenti. L’aspetto dell’autoflagellazione dei “fratelli penitenti” è presente in modo contenuto anche a Conza ma, dal percuotere il corpo degli stessi “fratelli” si è trasformato in percuotere le scale in legno ed infine, negli ultimi anni, in una “dolorosa flagellazione” delle devote fanciulle. Recentemente, salvo alcune eccezioni, la processione si è svolta, in orario pomeridiano, prima nella zona dei prefabbricati e dal 1990 circa nel nuovo paese ricostruito.

Dal “Direttorio su pietà popolare e liturgia” - Principi e orientamenti
(Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti):
La processione del Venerdì Santo
Al Venerdì Santo la Chiesa celebra la Morte salvifica di Cristo. Nell’Azione liturgica pomeridiana essa medita la Passione del suo Signore, intercede per la salvezza del mondo, adora la Croce e commemora la propria origine dal costato aperto del Salvatore. Tra le manifestazione di pietà popolare del Venerdì Santo, oltre la Via Crucis, spicca la processione del “Cristo morto”. Essa ripropone, nei moduli propri della pietà popolare, il piccolo corteo di amici e discepoli che, dopo aver deposto dalla Croce il corpo di Gesù, lo portarono al luogo in cui era la “tomba scavata nella roccia, nella quale nessuno era stato ancora deposto”. La processione del “Cristo morto” si svolge generalmente in un clima di austerità, di silenzio e di preghiera e con la partecipazione di numerosi fedeli, i quali percepiscono non pochi significati del ministero della sepoltura di Gesù. Il “Direttorio su pietà e popolare e liturgia” ritiene che tale manifestazione di pietà popolare né per la scelta dell’ora, né per le modalità di convocazione dei fedeli, debba apparire agli occhi di questi come un surrogato delle celebrazioni liturgiche del Venerdì Santo. In esso pertanto viene segnalato che nella progettazione pastorale di questo rito della Settimana Santa debba essere dato il primo posto e il massimo rilievo alla solenne Azione liturgica evidenziando che nessun altro pio esercizio deve sostituire oggettivamente nel suo apprezzamento questa celebrazione. Infine viene indicato di evitare l’inserimento della processione nell’ambito della solenne Azione liturgica del Venerdì Santo, perché ciò costituirebbe un distorto ibridismo celebrativo. Le Rappresentazioni della Passione di Cristo, in scena in molti paesi d’Italia, sono considerate spesso vere “sacre rappresentazione” e, a buon diritto, ritenute un pio esercizio. Le sacre rappresentazioni, infatti, affondano le loro radici nella stessa Liturgia. Alcune di esse, nata per così dire nel coro dei monaci, attraverso un processo di progressiva drammatizzazione, sono passate al sagrato della chiesa. In molti luoghi la preparazione e l’esercizio della rappresentazione è affidata a confraternite, i cui membri hanno assunto particolari impegni di vita cristiana. In tali rappresentazioni attori e spettatori sono coinvolti in un movimento di fede e di pietà genuine. Nel Direttorio viene pertanto auspicato che tali rappresentazioni non debbano discostarsi da questa pura linea di espressione sincera e gratuita di pietà, per assumere i caratteri propri delle manifestazioni folcloristiche, che richiamano non tanto lo spirito religioso quanto l’interesse dei turisti. In riferimento alle sacre rappresentazioni suggerisce di illustrare la profonda differenza che intercorre tra la “rappresentazione”, che è mimesi e “l’azione liturgica”, che è anamnesi, presenza misterica dell’evento salvifico della Passione. Viene indicato infine di rigettare le pratiche penitenziali che portano a farsi crocifiggere con chiodi o palesemente cruenti.