Il valore storico-sociale della chiesa di Conza

L'inaugurazione della nuova cattedrale di Conza, ventitré anni dopo quel ventitré novembre, rappresenta un avvenimento che non è fuori luogo definire eccezionale.
Di fronte al fatto compiuto diventa secondario il lungo travaglio amministrativo, progettuale e finanziario che ha preceduto e connotato la realizzazione di un'opera sulla quale soltanto la maturità della storia, che sottrae i giudizi alle emozioni ed alle esigenze della cronaca, consentirà un'analisi serena e distaccata, nell'ambito della questione più vasta e complessa della ricostruzione. Tuttavia sulla portata dell'evento, hic et nunc, è opportuna una pur breve, parziale riflessione.
Per una voce laica a colpire non è tanto l'aspetto religioso, che attiene evidentemente al dovere cristiano di pubblica testimonianza del proprio credo, nonché alla sfera individuale della coscienza o dello spirito dell'uomo il quale, costretto nei limiti della condizione terrena, si rivolge al divino per appagare un'ansia di eterno sostenuta dalla fede o, per dirla con Pascal, da una scommessa in cui si vince tutto senza perdere nulla. Piuttosto, in un'ottica sociale, la rinascita della chiesa, intesa come luogo di preghiera, di incontro e di sintesi delle tappe esistenziali, assume un significato molto rilevante, se si considera che la popolazione ha stentato a ritrovarsi, dopo essersi trasferita in un contesto urbano diverso dalle caratteristiche abitative del vecchio centro disastrato. Nel nuovo insediamento sono stati infatti ricostruiti edifici strutturalmente più sicuri, distribuiti in un sistema di vie e di spazi più funzionali; sono mancati però, soprattutto nei primi anni, quei punti di riferimento e di aggregazione che fanno di una comunità un paese con un'anima, anziché un anonimo agglomerato di case.
Nella difficile ricerca di una identità che ha rischiato di disperdersi e di confondersi fra i danni meno visibili del terremoto, la cattedrale può offrire un collante in grado di saldare quella frattura culturale che si è aperta con le giovani generazioni estranee alle abitudini ed ai ritmi di vita tradizionali. L'intera collettività ha colto, quasi intuito il senso non effimero dell'inaugurazione, per cui vi è stata una partecipazione intensa e corale, accompagnata da un crescente entusiasmo culminato nella cerimonia della dedicazione. Le ragioni di un siffatto coinvolgimento vanno ricercate, ben oltre la contingenza, nelle radici antiche e profonde su cui è impiantata la storia plurisecolare della chiesa conzana.
Infatti le prime testimonianze di presenze cristiane potrebbero risalire fino al IV secolo dell'età imperiale, come lasciano intendere alcuni reperti archeologici ad esse collegati (un piedistallo lapideo di una statua dedicata a Costantino ed una coeva edicola funeraria dei coniugi Castricio e Novia, interessanti l'uno per la valenza politico-religiosa, l'altra per l'adozione di uno specifico linguaggio simbolico).
Durante il Medioevo la posizione strategica della Compsa irpina favorì il consolidamento della chiesa, che ottenne la dignità vescovile con i Longobardi ed arcivescovile con i Normanni; come istituzione temporale, affiancò il potere civile, ne condivise prestigio e responsabilità, svolgendo un'incisiva azione sociale i cui effetti risultarono decisivi per le sorti stesse del paese, soprattutto nei periodi di crisi più acuta. Esemplare e significativa a riguardo fu la collaborazione fra Itta di Balvano, contessa di Conza, ed il suo arcivescovo Roberto, che insieme sollecitarono l'intervento del papa Callisto II per arginare lo spopolamento e risollevare le condizioni dei residenti, in miseria  per gli effetti di un terribile terremoto di fine millennio; la bolla papale del 1120, che concedeva la remissione dei peccati a quanti fossero sepolti nella cattedrale, si rivelò una risposta appropriata ed efficace sul piano religioso ed economico, a giudicare dall'enorme quantità di deposizioni venute alla luce nell'area sacra.
Nonostante la disastrosa e periodica ricorrenza di altri eventi sismici (1561, 1627, 1694, 1732,1980…), la chiesa locale ha dato prova di vitalità, tenacia e capacità organizzativa, ricoprendo sul territorio, si parva licet componere magnis, il medesimo ruolo guida della chiesa romana ed intrecciando ,in un rapporto simbiotico, le sue vicende con quelle degli abitanti cui ha garantito risorse materiali ed intellettuali, istruzione ed opportunità di crescita, davvero preziose se messe in relazione con l'arretratezza delle zone interne. Una straordinaria forza di attrazione e di coesione ha esercitato, nel corso dei secoli, la figura di S. Erberto, arcivescovo di Conza (1169-1181) le cui spoglie, custodite e venerate un tempo nella vecchia ed ora nella nuova cattedrale, rappresentano il segno più eloquente di una ininterrotta devozione da parte di tutti i cittadini che, sebbene divisi su altri fronti, nel culto del loro patrono hanno riconosciuto la comune matrice di fede e di appartenenza.
Senza voler affatto sminuire la sincera partecipazione dei fedeli al rito solenne della dedicazione, per altro degnamente preparata e celebrata, è innegabile e rassicurante che nello slancio popolare vi sia una componente etica e fenomenica di un codice genetico-culturale, caratterizzato dallo spessore della tradizione storica , che permette di guardare con maggiore fiducia al futuro, in una prospettiva di coesistenza sempre più multietnica, nella consapevolezza che fino a quando la nuova struttura, logisticamente aperta all'abbraccio della piazza antistante, persisterà nella sua autentica dimensione simbolica, ecclesiale e sociale, anche la comunità saprà ritrovarsi nel suo patrimonio di memoria e di valori.

Prof. Luigi Lariccia