L’Ofanto
L’Ofanto, pur essendo uno dei maggiori bacini fluviali dell’Italia Meridionale, circa 2600 km quadrati di bacino e 166 km di lunghezza, non è tale per la sua portata d’acqua; ma ben altro dovette essere nell’antichità, quando non ancora, come scrive G. Fortunato, “quella enorme, intricata boscaglia di abeti, di roveri e di cerri, che ammantava tutto l’Appennino, era venuta a mancare sotto i colpi della scure devastatrice di Roma; quando, cioè, non ancora la pastorizia irpina aveva ceduto, inconsultamente colà, all’agricoltura italica; quando non ancora dalle argille scagliose degli altipiani irpini e lucani l’aratro aveva strappato quell’impenetrabile paludamento, di cui è lontana memoria nelle leggende popolari e che arricchiva d’ogni dove le vene sotterranee di acque perenni e sorgive”.
Ben maggiore doveva essere allora la portata normale di questo fiume che Orazio ci decanta nelle sue odi, chiamandolo violento, impetuoso, lungisonante, e tauriforme, o per il fragore e l’impeto delle acque invernali, somiglianti al mugghio di tori furibondi o, forse, perché diviso, in qualche tratto del suo corso, in due rami, quindi tauriformis, della forma del toro.

L'Alto Ofanto
Il corso dell’alto Ofanto è di circa 65 km dal piano di Sant’Angelo allo Scalo di Rocchetta e scorre con una pendenza media di 0,6 per km, con una portata di 1 mc/sec. e di 0,350 nei periodi di magra.
La valle, situata ai margini della grande fossa tettonica centro-meridionale, trae origine dalla frattura che interseca l’area del Vulture e prosegue fino alle falde orientali del monte Cervialto.
La frattura, colmata, durante il terziario, di sedimenti marini di rilevante potenza (calcari, argille, marne, sabbie e arenarie), all’inizio del quaternario, per nuovi interventi tettonici e per fenomeni di vulcanesimo, modificò il modellamento condizionando l’aspetto morfologico del territorio.
All’alba del quaternario, l’alto Ofanto offre la visione di un bacino diviso in tre principali formazioni lacustri pleistoceniche: tre longitudinali (quella di Lioni, di Conza e di Calitri) ed una secondaria trasversale (quella di Atella), tutte confluenti in fase di erosione regressiva tra le forze dell’accumulo vulcanico del Vulture.
Solo in età protostorica il fiume approfondiva il suo corso con quel lavoro “sonante” che Orazio ricorda nelle “Odi”.
Con la distruzione delle coperte boschive, con le minori precipitazioni e con la conseguente essiccazione delle sorgenti alimentatrici dell’Ofanto, oggi il fiume è a regime torrentizio stagionale, mentre d’estate conserva una limitata corrente d’acqua.
L’Ofanto alla testata raccoglie le scaturigini delle sue antiche sorgenti delle falde cretacee del Montagnone e dalle formazioni terziarie di Torella, Nusco e Sant’Angelo dei Lombardi; la testata, disposta ad arco, è conterminata dai seguenti versanti: a Sud-Est dall’impluvio dell’origine del fiume Sele e a Nord-Ovest dall’impluvio superiore orientale del fiume Calore.
Le scaturigini scendono verso la contrada del Goleto, centro di raccolta delle acque che poi formano il corso principale del fiume lambendo il vicino paese di Lioni.
Dopo la confluenza del torrente Sant’Angelo, l’Ofanto segue uno sviluppo incassato e rettilineo.
Il corso del fiume scende lentamente verso oriente divagando nell’oblunga conca e giunge sotto Conza, sita sulla sponda destra. Qui i suoi maggiori affluenti sono l’Isca e il torrente Sarda.
Dopo l’invaso artificiale, sito a Conza, che ne blocca il percorso, la valle dell’Ofanto si allarga in una vasta ed allungata pianura assai fertile, alimentata da una coltre detritica, copiosa di vegetazione arborea e di colture intensive.