Conza nelle fonti classiche

Tra le fonti classiche relative a Compsa, la testimonianza più antica risale ad Ecateo di Mileto (metà VI - inizi V sec. a.C.). In un frammento della sua Periegesi (fr. 30, 33-39) compare Cossa, insieme ad altre otto città dell’Oenotria, coronimo di origine greca attribuito alla regione abitata in età preromana da popolazioni di stirpe italica, e chiamata in seguito Lucania e Brutium per l’insediamento di nuove etnie. Dell’Enotria Strabone (V 209) indica anche i confini, compresi fra lo stretto di Sicilia, Golfo di Taranto e Poseidonia. Se per le altre città enumerate nel fram¬mento è difficile l’identificazione, per Cossa convincente è l’opi¬nione di alcuni studiosi, quali De Sanctis, che la riconoscono nella Compsa irpina. L’ipotesi trova confer¬ma in Stefano di Bisanzio, il quale negli Etnica riprende ed inte¬gra la fonte di Ecateo, indicando per la Cossa enotria, oltre al nome degli abitanti Cossanoi, l’ubicazione en to messoghéio, nella zona interna, il che esclude ogni riferimento agli omonimi centri marittimi, sullo Ionio il primo, sul Tirreno, in Etruria, il secondo, con i quali per alcuni accadimenti storici sono sorte non poche confusioni interpretative.
L’incerta collocazione geografica fra l’interno della Lucania e l’Hirpinia si spiega facilmente in quanto Compsa appartiene ad un’area di frontiera, per cui anche altre fonti, Livio (XXIII, 1) e Plinio (III, 11, 16), la menzionano come irpina, Tolomeo (III, 1, 70) come lucana, Dione Cassio (XLII, 25) ed il Liber Coloniarum (p. 261) come apula.

I mutamenti linguistici da Cossa in Comesa e Compsa, che richiamano nella radice ko la forma conica della collina, riflet¬tono l’alternarsi di etnie, dagli Enotri agli Osci, cronologicamente distinte ma di comune matrice indoeuropea, non chiuse agli in¬flussi esercitati da culture transadriatiche, balcaniche ed egeoanatoliche, le quali utilizzarono le valli fluviali dell’Ofanto e del Sele, collegate dalla Sella di Conza, come vie istmiche dal¬l’Adriatico al Tirreno. Tracce di questi contatti sono ormai do¬cumentati dai reperti della Fossakultur di Oliveto-Cairano, a cui appartiene anche la necropoli emersa a Conza, dopo la cam¬pagna di scavi condotta in Contrada S. Cataldo.

Per l’età sannitico-romana, secondo un ordine diacronico delle vicende, la fonte principale è rappresentata da Livio, che nella terza decade dell’Ab Urbe condita narra di Compsa nell’ambito della seconda guerra punica. Nella versione liviana (XXIII, 1), Annibale, vincitore a Canne, fu chiamato in Hirpinos dal Compsanus Stazio Trebio, che gli consegnò la città senza alcuna opposizione, anche perché la fazione avversa dei Mopsi, “familia per gratiam Romanorum potens”, si era allontanata prima del¬l’arrivo del Cartaginese. Interessante è la presenza dei Mopsi, gentilizio che si ricollega al tessalo vate Mopso, che prese parte alla spedizione degli Argonauti, approdati anche alle foci del Sele, ove Giasone eresse un tempio in onore di Hera Argiva. Circa la vicenda della morte di Milone, che Velleio Patercolo ambienta a Compsa in Hirpinis, diverse sono le versioni di Dione Cassio e di Cesare: quest’ultimo, scrivendo di avvenimenti contemporanei, e di interessi anche personali, situa l’avvenimento a Cosa in agro Thurino, nell’ambito di una narrazione dettagliata che a quest’area fa continuo riferimento.
Con tut¬ta la cautela necessaria quando la ricerca oltrepassa i confini della storia per entrare nel mondo del mito, è credibile che quel¬la spedizione panellenica avvenuta prima della guerra di Troia, sia una versione leggendaria dei contatti intercorsi fra Oriente e Occidente.
Per la diffusa tendenza nella storiografia classica ad interpretare i fatti naturali alla luce del soprannaturale, Livio ricorda, fra i tanti prodigi accaduti durante la guerra annibalica, un notturno strepito d’armi che si udì nel tempio di Iovis Vicilini, quod in agro compsano est (XXiy 44). Senza entrare nel merito della sua ubicazione ancora incerta, è molto probabile che esso ricada nel territorio irpino, se si inquadra l’evento nel contesto del brano in cui lo storico augusteo, per dilatare il senso del misterioso e religioso orrore nella reazione che seguì alla strage cannense, riporta una serie di località fra loro distanti ove vari prodigi si manifestarono: Caieta, Arida, Terracina, Compsa ed Amiternum. Inoltre il culto di Iovis Vicilini diventa più compren¬sibile se riferito alle caratteristiche abitative che Livio stesso at¬tribuisce ai Sanniti nin montibus vicatim habitantes" (IX, 13).

Municeps Consanus è Publius Gavius, il cui triste caso occu¬pa ben sei capitoli, per tredici paragrafi complessivi, nel libro quinto della seconda orazione (II, 5, 61-66, 158-170) pronuncia¬ta da Cicerone nel 70 a.C. contro Verre, propretore e predatore della Sicilia dal 73 al 71. Tanto spazio è concesso perché Gavio era stato vittima del crimine più grave fra i tanti imputabili a Verre, reo di aver mandato a morte un cittadino romano senza regolare processo. Con una tecnica efficacissima che mira a coin¬volgere emotivamente i giudici, l’oratore si sofferma sui partico¬lari più dolorosi e pietosi, che vanno dalle percosse inflitte a Gavio sulla piazza di Messina, nonostante il misero gridasse civis Romanus sum, alle torture con il fuoco, con lamine arroventate ed altri cruciatus i quali, in un crescendo di tensione narrativa, anticipano l’onta del supplizio finale, la crocifissione.
Le fonti epigrafiche raccolte dal Mommsen nel Corpus Inscriptionum Latinarum (IX pag. 88 e segg.) attestano che Compsa fu municipio romano, con proprie magistrature, ascritto alla tribù rustica Galeria; ma a fugare ogni dubbio sull’origine Consana di Gavio è lo stesso Verre che lo accusa di essere stato inviato in Sicilia come spia degli schiavi ribelli. L’imputazione può, forse, essere pretestuosa nella sostanza, ma di certo moti¬vata nella sua formulazione poiché, in base ad un criterio di vici¬nanza geografica e coincidenza cronologica, si ricollega alla scon¬fitta subita nel 71 da Spartaco, capo della rivolta servile, nella piana del Sele, da parte del pretore M. Licinio Crasso.

Con Velleio Patercolo si chiude la serie delle fonti classiche. Lo storico eclanense, subito dopo la menzione degli Italicorum... celeberrimi duces (II, 16, 1) della guerra sociale, ricorda con or¬goglio compiaciuto Vatavus Minatus Magius il quale, con una legione personalmente arruolata fra gli Hirpini, partecipò atti¬vamente alle operazioni militari fra cui l’occupazione di Compsa con Lucio Siila (ib. II 16, 2). Senza considerare la discutibile scelta filo-romana, tuttavia mantenuta con coerenza di compor¬tamento da vari esponenti delle gentes Magia e Velleia, nonché dallo stesso autore, conta invece dimostrare che la Compsa citata è quella irpina, come in effetti lo è per due motivi: Velleio quando si riferisce alla omonima colonia marittima sul Tirreno (I, 14, 7) usa il termine Cosa; inoltre l’occupazione di Compsa si rendeva necessaria per la sua rilevante posizione strategica, già nota ad Annibale che nel 216 a.C. lasciò fra le sue mura i bagagli con il bottino di guerra, un presidio con a capo il fratello Magone, e ne fece un centro operativo per accogliere o imporre la defezio¬ne ad altre città.