L’AREA URBANA

Prima del terribile terremoto del novembre ‘80 l’abitato si sviluppava sulle due colline di Conza e Ronza, organizzato intorno alle due emergenze architettoniche del Castello e della Cattedrale. Questi due edifici monumentali caratterizzavano la struttura del centro antico, sede di uno dei più importanti gastaldati longobardi del ducato di Salerno. Il nucleo urbano era organizzato sulla trama di assi viari paralleli tra loro che delimitavano tre lunghe insulae composte da abitazioni a due o più livelli con orti esterni. All’interno delle insulae un certo numero di passaggi, spesso gradinati, consentivano di raggiungere la zona del Giardino di Conza, dove sorgeva l’antico castello a controllo della valle sottostante.
Varco di accesso al borgo antico è largo Croce, oltre il quale, sulla collina di Ronza, fino al secolo scorso, si estendeva la necropoli.
Solo dopo la delocalizzazione del cimitero, alla fine del XIX sec., la città comincia ad espandersi a sud del colle di Ronza e via Dante Alighieri.

All’inizio della salita, sul lato sinistro della rampa di accesso al parco archeologico, è situata una croce monumentale datata 1741. Sopra una faccia del piedistallo, posto a base della colonna sormontata da una croce di ferro, è scolpito lo stemma di Conza: un’aquila turrita poggiante su tre colli.

Il Giardino
L’area del Giardino è stata notevolmente modificata in età moderna: nel 1928 il terreno fu spianato e si rinvennero numerose strutture riferibili ad età romana e medievale.
Nel 1957, per la costruzione del campo sportivo furono distrutte murature in buono stato di conservazione, presumibilmente pertinenti al castello.
I resti del castello e delle mura erano visibili per un circuito di oltre 800 m., rinforzate da bastioni e torri. Una di queste era ancora in piedi nella seconda metà del XIX secolo, utilizzata dagli abitanti come luogo di prevenzione di possibili atti di brigantaggio.
La muratura distrutta nel 1957 si conservava per un’altezza superiore a 3 metri ed era ordita a filari regolari di blocchetti lapidei eterogenei nelle dimensioni e nella natura, grossolanamente squadrati.
Presso il moderno serbatoio idrico furono ritrovati i ruderi di un grande edificio rettangolare, con abside sul lato orientale, e due cunicoli pertinenti ad altrettante opere di canalizzazione. I due canali erano evidentemente in collegamento con una cisterna a volta, con muri spessi circa 2 metri, rinvenuta nel 1928 sulla sommità della collina.
Nella cantina sottostante l’abitazione di Agostino Piccininno furono individuati nel 1979 numerosi frammenti ceramici relativi a corredi funerari di età arcaica.

L’area forense
1) Cattedrale di S. Maria Assunta in Cielo

A seguito del sisma del 1980 la Chiesa settecentesca fu oggetto di esplorazioni che evidenziarono la presenza di due precedenti livelli pavimentali e permisero di accertare l’appartenenza ad età romanica di parte dei muri perimetrali.
Il 29 agosto 1978, durante i lavori di ristrutturazione della cripta per la creazione di un circolo giovanile, fu posta in luce una tomba a cappuccina in corrispondenza di un altare precedentemente rimosso. La tomba, di forma ellittica, era scavata nella roccia e la copertura era impostata direttamente sulle pareti rocciose. Al di sopra della copertura vi era un archetto in pietra su cui era presente un altare.
Nella piazza della Cattedrale furono ritrovati resti di pavimento in lithostroton e una lastra marmorea con tracce di iscrizione, riutilizzata nella pavimentazione.

Urna marmorea
All’interno della cripta della Cattedrale è presente un’urna marmorea in marmo lunense. Si tratta di un corpo parallelepipedo, delimitato sulla fronte da un listello modanato da cui, nella parte superiore, si stacca un’ampia tabula con cornice modanata.
La decorazione consiste in due aquile affrontate, le cui ali si estendono a campire parte dei lati; i rapaci reggono nel becco le estremità di una ricca ghirlanda di fiori e frutti, tra cui si distinguono ghiande e melagrane. In rilievo più basso sono realizzati il cigno in volo ad ali spiegate tra la ghirlanda e la tabula - peraltro disturbato da un foro di riutilizzo - e i corpi di due lepri, tenuti fra gli artigli delle aquile.
La cassa è sormontata da un coperchio a doppio spiovente con quattro acroteri, di cui quelli anteriori a forma di semipalmette a cinque lobi; la modanatura di base è costituita da un doppio listello distinto da una solcatura. Sul fastigio, un uccello di profilo a destra becca i frutti che fuoriescono da un canestro riverso.
Sui lati del corpo restano chiare tracce di grappe cruciformi di riutilizzo - con resti dei perni - allineate con i fori praticati sui lati del coperchio, per saldarlo alla cassa. Il coperchio non è pertinente al corpo dell’urna pur se cronologicamente compatibile. Il tipo e la resa delle palmette laterali, nonché il motivo di uno o due uccelli accanto al canestro riportano al periodo flavio o agli anni immediatamente seguenti. Per quanto riguarda la decorazione della cassa, l’iconografia delle aquile con ghirlanda nel becco compare tra la fine del I e gli inizi del II sec. d.C., come attestano confronti piuttosto puntuali: il particolare delle lepri uccise fra gli artigli dei rapaci è comune ad un esemplare dei Musei Vaticani, datato presumibilmente nel primo quarto del II secolo, periodo nel quale ben si inquadra anche il tipo di ghirlanda. Il cigno in volo nello spazio fra la tabula e la curva della ghirlanda ripete uno schema noto fin dall’età tardoclaudia-neroniana. Sulla tabula si legge:

D(is) M(anibus)
D(ecimus) PETRONIVS/NIGRINVS/F(ilius) ET CAECILIA/
QVINTIANA/CONIVNX/FECERUNT

L’impossibilità di riesaminare l’urna, finora non più rintracciata, consente soltanto di formulare qualche osservazione.
L’iscrizione appare fortemente sospetta, sia per la sovrabbondanza di hederae, che fiancheggiano le singole parole se non addirittura le iniziali, sia soprattutto per l’assoluta mancanza del nome del destinatario. L’urna infatti risulta dedicata dal filius e dalla conìunx ad un personaggio che non viene neppure nominato; né il nome poteva comparire sul coperchio originario, del tipo a doppio spiovente e con decorazione figurata sul fastigio. Non risultano affatto chiare le vicende del manufatto, che si immaginano senza dubbio complesse: di produzione urbana, fu riutilizzato evidentemente come fontana, poi, mediante l’assemblaggio di due pezzi diversi, per contenere le ossa di uno o più individui e, infine, collocato nella cripta della Cattedrale, al di sotto dell’altare, dove fu fortuitamente rinvenuto nel 1978.

2) Via Arcivescovado
In seguito agli scavi si rinvenirono due livelli pavimentali, il più antico costituito da ciottoli di fiume disposti a spina di pesce, l’altro in lastricato calcareo con canaletta di deflusso. In sezione si lessero tracce di un altro pavimento in tassellato bianco, cui si sovrapponevano prima uno strato di cocciopesto, poi lastre calcaree.
I risultati delle indagini svolte nell’area circostante possono essere così sintetizzate:
-La pavimentazione del foro è preceduta da uno spicatum in ciottoli;
-Le prime strutture pertinenti al foro, riportato alla luce nel 1981, non sono anteriori al bellum sociale;
-Nella fase di urbanizzazione la piazza viene basolata;
-Contemporaneamente si costruisce un edificio in opera incerta con filari di laterizi, quattro colonne sul fronte orientale e podio in blocchi di calcare squadrato.
Questo edificio era fornito di un portico con pavimentazione in signino arricchito da scaglie di calcare colorato; di un ambiente con pavimento in tassellato bianco e fascia riquadrata in nero; di un secondo ambiente con pavimento in cotto.
L’area fu riutilizzata e trasformata prima del 990 con la realizzazione di un edificio di culto forse in relazione con la torre campanaria. Ad Ovest del basamento furono inglobate strutture romane in un ambiente destinato alla conservazione di derrate agricole, in cui si impiantò un focolare e, forse, un forno.
Si è affermato che il foro di Compsa sorge all’interno dell’arce sannitica nell’ambito di un rapporto con la fase preromana. Tale lettura è senza dubbio legittimata dalla presenza della pavimentazione in ciottoli fluviali.
Alle spalle del Municipio fu individuata la seguente sequenza stratigrafica:
1)Strato di riporto composto da terreno argilloso con alta percentuale di sabbia; presenti reperti organici (ossa umane) e frammenti laterizi e ceramici risalenti al periodo compreso tra l’VIII e l’XI secolo.
2)Strato composto da sabbia e ciottoli fluviali.
3)Strato di colore grigio ad alta densità di materiale organico carbonizzato, ossa umane, frammenti laterizi e ceramica a vernice nera.
4)Banco sabbioso compatto.

Successivamente furono ritrovati ulteriori reperti archeologici:
-Resti del podio con testimonianze di tre colonne in laterizio.
-Cippo funerario riutilizzato in un muro di contenimento.
-Tracce di pavimento policromo (davanti all’ex forno comunale).

3) Via E. Lomongiello, già Via Fontana Vecchia
È stata rinvenuta una struttura muraria con parametro in opera laterizia identificata come parte d’impianto termale. L’edificio, secondo Gargano, era a due piani: l’inferiore composto da 4 ambienti coperti a volta, pavimentati con bipedali e forniti di nicchie con finestre affrontate.
Sotto i pavimenti risultano rinvenute fistulae plumbee. Il terremoto del 1980 danneggiò i resti dell’impianto termale; successivi interventi dimostrarono che le fondazioni si appoggiavano all’esterno delle mura di fortificazione dell’arce preromana, distrutte nella seconda metà dell’VIII secolo da Arechi II.
Oltre alla struttura muraria fu ritrovato un sarcofago riutilizzato come vasca di una “fontana monumentale” con iscrizione latina decifrabile solo in parte, risalente al IV secolo e una pietra inglobata nel muro accanto alla fontana con la scritta
L. ALBIUS C.(F) (P)OB (LICE).

4) Anfiteatro
Nel 1977 interventi della Soprintendenza Archeologica hanno portato alla luce resti di strutture murarie in opus reticulatum, pare pertinenti ad un anfiteatro. I risultati dei lavori sono ancora inediti, non essendo stati ancora dichiarati ultimati i lavori.

5) Scoperte recenti:
-Lapidi rinvenute sotto il pavimento della Cattedrale;
-Un blasone d’epoca medievale;
-Un modello di porta urbica (ancora non datata);
-Reperti riferibili ad un monumento dedicato all’imperatore Costantino I (IV secolo).

6) Reperti visibili
Nella cattedrale provvisoria della nuova Conza si possono ammirare l’artistico sarcofago di S. Erberto (IX-X secolo) e il fonte battesimale (XVI secolo).

Nel Municipio si possono vedere:
-Un’ara dedicata a Venere (CIL IX, 969);
-Un’ara dedicata a Venere (CIL IX, 969);
-Altri reperti rinvenuti nel territorio di Conza.
A partire dal mese di settembre 1978 la Soprintendenza Archeologica avviò una campagna di ricerche nell’ambito di tutto il territorio comunale, durante la quale fu individuata una necropoli risalente al VI - V avanti Cristo e furono recuperati nove corredi tombali. Tutti i reperti, restaurati a cura della Soprintendenza, furono conservati in una sala del Municipio fino al 23 novembre 198O. Recuperati una seconda volta tra le macerie della Casa Comunale, furono trasferiti presso la Soprintendenza di Salerno per essere restaurati e custoditi. Tra breve essi dovrebbero essere esposti nell’Antiquarium, che sarà allestito nei locali ristrutturati allo scopo in Via S. Michele del centro distrutto di Conza.